Il terzo occhio a Milano

Mi alzo la mattina alle 9. Alle 10. Alle 11.
B. è andato con un’altra puttana. B. ha un sacco di soldi. B. questa volta non la farà franca, proprio
come in tutti questi vent’anni. Caffè, così rituale che quasi mi viene voglia di non prenderlo.
Accendo il giradischi. Sì lo so, è fuori moda e forse un po’ kitch ma almeno questo concedetemelo.

It’s all over now, Baby Blue…
It’s all over now, Baby Blue.

Quando Bob Dylan cantava queste canzoni, forse non c’era la battaglia mediatica che c’è adesso. Sì
sì, c’era ok, c’era la guerra fredda e tutte quelle robe lì di cui i miei non mi hanno mai parlato. Così
come di Bob Dylan. Insomma purtroppo è vero, la prima scrematura sociale viene direttamente
dalla famiglia, ed è profondamente ingiusta. Perché a me piacciono le lettere, e ho dovuto scoprire
tutto da solo. Infatti, non so ancora nulla.
Dicevamo. B. la farà franca anche ‘stavolta, perché c’ha un sacco di soldi, li ha sempre avuti –
almeno da quando sono nato io; si dice che in passato cantasse sulle navi e che abbia fatto fortuna a
partire da allora.

It’s all over now…

e basta. Non capisco perché, all’alba del III millennio, il sesso debba essere ancora un problema. Mi
alzo alle 9, alle 10, alle 11. Ieri sera l’ho rivista ma non mi piaceva più. Come un oggetto scartato da
mettere in cantina. Io non sono così, ma tutti gli altri sì. Prendi una donna e spunta dalla lista tutte le
caratteristiche che ricercavi e che gli appartengono: se soddisfatto, la prendi. Molto semplice.
Chi disprezza compra. Milano, città di single. C’è qualcosa che non quadra in questa città silenziosa
sotto la nebbia. L’amore è finto sotto la nebbia, e il futuro non è più quello di una volta.
Non l’ho detto io, l’ha detto un muro nei pressi di Cadorna, Parco Sempione, Triennale, Old
Fashion. Dove c’è il ponte. Invece a Malpensa c’è una scritta su un cartellone pubblicitario, che dice
che il futuro è un viaggio meraviglioso. Beh un viaggio lo è sicuramente, per noi giovani voglio
dire. Proprio perché se non te ne vai il futuro non c’è, non ha senso in questo paese ricco solo di
inutilità. Eppure nonostante questo come fai a vivere a Milano, e a sentirti ancora… pulsare.

Sarà stato quell’incontro con quel giovane che ho fatto un po’ di tempo fa, Matti si chiamava. Diceva
di venire dal nord, dal profondo nord dove le acque gelano. Io non ci potevo credere, non perché
non creda che le acque possano gelare in inverno, ma proprio perché quello aveva l’aria di uno che
non me la raccontava giusta – eppure, quella era forse l’unica cosa di cui avrei davvero potuto
fidarmi. Mi ha preso per mano come se fossimo in una fiaba per bambini, o in uno di quei
cortometraggi da sogno con una musica soffusa di sottofondo. Siamo saliti su un treno, un treno
velocissimo che da sottoterra ci ha portati a vedere il sole, un sole che così non l’avevo mai visto
prima. Non lo so… è stato strano. Non mi sono mai fidato degli sconosciuti, non mi piace fidarmi in
generale, e quel Matti non mi ispirava nemmeno tanta fiducia. Semplicemente, sapevo che dovevo
seguirlo, che era quella la mia strada e improvvisamente vedevo il tracciato delle mie azioni e di
tutte le mie possibili scelte che mi indicava la via esatta, come due binari argentati sotto il sole.
Questo ragazzo dicevo, l’ho incontrato in metropolitana. Ero stanco, stanco dal lavoro, stanco dallo
studio, stanco di tutto quello che avrei dovuto fare e che non facevo. Il tipico ragazzo stanco in
metropolitana, d’inverno, con un cappellino calato sugli occhi e il sedere quasi completamente oltre
il bordo del seggiolino. Mi guardavo intorno controvoglia, e incazzato nero perché il lettore Mp3 mi
si era scaricato proprio sul più bello. Proprio sul più bello, non è possibile ragazzi, sarà perché dal
momento che posso scegliere io le canzoni sul mio lettore, tutti i momenti sono per me i più belli.
Fatto sta, che ero proprio nervoso. E a un certo punto vedo quello spilungone là, che mi sorride di
fronte quasi sbeffeggiandomi, quasi deridendo la mia sfortunata coincidenza, appoggiato col gomito
ad una piccola… colonna. Era una colonna, o almeno sembrava tale, semicoperta da una stoffa
ricamata. Di quelle antiche, no? quelle sui libri di scuola, bianche con i capitelli e la base. L’echino,
ecco l’echino pure. Mi guarda dai suoi occhi azzurri, malizioso, come se solo i suoi capelli gialli
conoscessero i segreti del mondo. E quella pelle chiara, beh dai, immaginare che venisse dal nord in
fondo non era poi così difficile; anche se peraltro, non si sa mai. Insomma, cosa vuole, perché
continua a fissarmi, forse è gay, ma io non sono gay, e allora lasciami stare.
Continua a fissarmi, continua a fissarmi, finché non noto un particolare che mi fa rabbrividire. Ah
no, mi sono sbagliato, ora non c’è più, o forse sì, non ricordo bene, forse era solo un’ombra? Mi è
sembrato di percepire… Uno sguardo all’altezza della sua fronte. Ma è lì che continua a sorridermi
pacifico, e allora mi calmo. Il treno continua ad andare, so che la linea verde a un certo punto
riemerge dal sottosuolo ma la rossa no, mi sembrava di no almeno. E invece siamo fuori, ed è tutto
bianchissimo e veloce e i contorni del vagone sembrano sfumare ai lati del mio capo. Matti
continua a fissarmi. Non sapevo ancora che si chiamasse così, ma era comunque già lui, lì di fronte
a me.

– Hai capito? Sono solo energia, tutti quanti.

No, ovvio che non ho capito. Che cosa vuoi dire, stupido. Probabilmente hai ragione, perché io un
treno così non l’avevo mai visto.

– Sono solo energia. Quella che puoi vedere con la testa. Ce l’hanno tutti, è il loro impulso
vitale. Semplicemente non ci fanno caso. Non sono neanche da biasimare, è normale. Neanche
tu ci hai mai fatto caso, e io non ti biasimo.

La gente ricomincia già ad apparire, e Matti è scomparso anzi no, è ancora lì di fronte a me.
Prende la prima fermata, scende.
Sono rimasto seduto imbambolato per un po’, finché all’ennesimo grido di Rho fiera. Stazione di
Rho Fiera. Il treno ha terminato la corsa, si prega di scendere sono rotolato giù dal vagone. Mi
strascico per la nebbia di Rho, lì c’è la nebbia, non come a Milano che tutti dicono che c’è e invece
non c’è più.

Che incontri strani si fanno in metropolitana. Subito dopo aver incontrato Matti, quella volta, ho
fatto un giretto all’esterno dei capannoni della fiera. Era passato da tempo l’orario di chiusura, e ho
deciso di farmi un attimo una passeggiata prima di tornare a casa. Ho acceso una sigaretta, perché è
questo che le persone fanno quando aspettano qualcuno o qualcosa. Ed è a ogni sigaretta che
accendo che mi ripeto che presto smetterò, non appena troverò lo sport adatto a me.
Che mal di testa… è da allora che ho questo fastidioso mal di testa, che non mi lascia più dormire.
Ho pensato spesso a questa storia, alle cose che mi ha detto Matti. Ho smesso di odiare tutte le
persone che mi si sedevano di fronte o di fianco solo perché esistevano, e ho imparato a percepire la
loro energia. A volte, quando sono più cattivo, a succhiarne la vitalità. È quest’occhio, quest’occhio
che mi è spuntato proprio qui sulla fronte da allora, che mi fa un male atroce. Mi fa male, tento di
coprirlo con la mano, lo tengo chiuso, insomma quando esco ho sempre la fascia. La gente non
capirebbe. L’ha detto anche Matti, che su questo è d’accordo con me. Dopo essermi fatto quel giretto
a Rho, l’ho rincontrato un giorno, mi si è avvicinato e mi ha detto

– Ehi, perché non togli un po’ quella fascia?,

con lo stesso sorriso che gli avevo visto la prima volta che ci siamo incontrati.

– Sai perché non lo faccio… Allora, perché non mi spieghi che cavolo è successo??
– Vieni con me,

ha detto, e non ho potuto fare a meno di seguirlo. Mi avrebbe rivelato, quasi sicuramente, il motivo
per cui mi era spuntato un terzo occhio sulla fronte, o qualcosa del genere. Magari mi avrebbe
dato una pozione magica, un qualcosa, per guarire da quest’orribile condanna. Che ora vi spiego
brevemente.

Avere un terzo occhio sulla fronte, come forse potrete immaginare, non è semplice. Vi costringe a
vedere cose che non vorreste assolutamente vedere. Ad esempio, vi costringe a vedere che quella
persona seduta di fronte a voi, che vi sta tanto sul cazzo perché vi scruta in maniera torva e
circospetta, da piccola veniva regolarmente stuprata dal padre e che ha vissuto in così tanti istituti
psichiatrici, combattendo ogni giorno per la normalità, finché l’unico aspetto negativo del suo
carattere è appunto una leggera, sebbene non clinica, avversione verso l’estraneo. Vi costringe a
capire che quella persona che vi ha spintonato per entrare prima di voi nella metro, è a rischio di
licenziamento o, più tecnicamente, di non-rinnovo di contratto. La qual cosa potrebbe portare la
disintegrazione di tutti i suoi sogni, facendola tornare a casa con la coda fra le gambe. A Milano ci
vorrebbe proprio un terzo occhio per tutti. Quanto sarebbe divertente! Tutti, per una volta, giocare a
carte scoperte. E vedresti come si mentono alcuni, uno in giacca e cravatta impeccabile, che ha
appena scritto un messaggio all’amante che però, al pari di sua moglie, non è assolutamente in
grado di amare. E quegli altri due che sparlottano di quella loro amica che si è comportata così
male, ed ecco che la vedi la loro amica, che non si fa sentire da tempo, alle prese con una madre
malata e l’affitto sempre più alto da pagare. All’inizio facevo fatica a gestire tutte queste
informazioni, non riuscivo proprio. Appena mi si è aperto l’occhio, sono stato invaso da una
miriade di immagini nuove, non convenzionali, atemporali o meglio… sovratemporali. Quest’occhio
trafiggeva la linea del tempo, senza badare al criterio con cui quotidianamente lo sguardo si posa
sulla realtà. Le sue erano connessioni analogiche, di concetto, per cui vedevo la persona che mi
stava di fronte, e poi non più il presente ma il suo io, preda di vecchi o nuovi fantasmi, immerso in
rigidi calcoli o in angosciose elucubrazioni. O vuoto come la cassa di un violino, e fa din din.
Ci sono molte cose da guardare con un terzo occhio. Certo, non ci sono solo cose belle da vedere.
Non tutte le persone hanno delle vere giustificazioni per fare quello che fanno, se Milano è un muro
di latta è anche perché molte persone, pur consapevoli di quello che stanno facendo, ecco, lo fanno
comunque. Questo, è perché sebbene possiedano l’intelligenza, e tutta l’intelligenza che in questo
mondo si può trovare, non riescono a vedere la connessione, la connessione fra le persone che
avviene proprio attraverso questa energia. Ed è infatti questo che mi spiegò Matti la seconda volta
che lo incontrai.

Io vengo dal nord, dal profondo nord sai. Tutte le cose si collegano. Tutte le cose, è che gli uomini
non sono più riusciti a vederlo, col tempo, con le industrie, col lavoro, col mondo che andava
sempre più veloce. Sai, è al nord che sono nati quei cellulari, hai presente? Connecting people.
Cosa credi che voglia dire? Perché è questo che alle persone manca davvero. Di connettersi l’un
l’altro. E allora cercano di farlo in tutti i modi possibili, con la tecnologia soprattutto. Invece non
serve quello, non è necessario. È qualcosa da dentro che deve cambiare. Vedi questa colonna?
Aveva ancora la colonna, quella che avevo notato la prima volta, al suo fianco Ecco, ci sono delle
statue scolpite, vedi. Ora la tengo coperta, perché se no emanerebbe troppa luce. Troppa energia.
Sono delle donne nude. Sai, delle vere donne nude. Non come quelle che vedi nei cartelloni
pubblicitari, che ti viene solo voglia di spaccarle e nient’altro. Sono donne nude che ti viene voglia
di amarle, di farci l’amore capisci? Sono delle donne capaci di farti vivere sul serio. O meglio,
sono l’immagine di donne del genere. E tutte le donne che vedi qui intorno, non credere che siano
da meno. È che molti uomini si sono distaccati così tanto dalle loro origini, dalle origini del
mondo, che non riescono più a riconoscere determinate bellezze. Ora… Ora, quello che ti voglio
dire è… Segui il flusso… Segui il flusso mi aveva detto, quel santone d’oltralpe! Mentre diceva
queste parole, aveva cominciato a nevicare, nevicava e c’era il sole, una cosa assurda che non avevo
mai visto ma a quanto pare è possibile. E poi se n’è andato, di nuovo. Lasciandomi così, di nuovo.
Questa volta ero in stazione Sesto Marelli, per cui ho fatto in fretta ad andarmene a casa, senza
troppi giri di pensieri, né di parole.

Ero alla fermata di Marelli, con un occhio in più e la mente totalmente confusa. Non capivo bene
cosa Matti avesse voluto dirmi, del resto forse non voleva dirmi proprio niente. Mi aveva passato
questa patata bollente, e ora toccava a me sbrogliarmela. Non avevo molte idee, se non una
certezza: nessuno avrebbe dovuto vedere quell’occhio, a Milano men che meno. Ma avrei dovuto
sfruttare, almeno in parte, questo dono. Che farmene?
Me ne passavo le giornate nei bar, osservando la gente che entrava a prendere il caffè, sbirciando il
suo cuore da sotto la mia fascia. Com’erano vive le persone a Milano! Altro che freddezza, non
facevo altro che vedere cuori caldissimi, assetati d’amore, ma costantemente incapaci di darne o di
riceverne. Di darsi. Di guardare negli occhi e riconoscere l’essere umano che era negli altri. Io
stesso, l’avevo mai fatto? No. Avevo pure lasciato la mia ragazza per un motivo stupidissimo, infine
– ora lo riconoscevo davvero. Eppure, che potevo farci? E ora, chi mi avrebbe voluto con
quest’occhio impiantato qui? A meno che non mi fossi installato una fascia permanente… Era
spaventoso, a volte, avere a che fare con quest’occhio. Me ne stavo da solo nella mia cameretta, a
Sesto Marelli, e togliendo la fascia osservavo il soffitto, vedevo a un tempo il bianco dell’ultima
verniciatura, tutti i colori per cui era passato gli anni precedenti, i muratori che vi avevano lavorato,
attraverso l’impalcatura in legno, e a volte mi sembrava di riconoscerne la fine, avanti nel tempo,
sembrava dover bruciare, vedevo tutto del fumo, e travi annerite. Rimettevo allora la fascia e
andavo su internet, a raccontare ad estranei la mia avventura. O mi avrebbero preso in giro o, più
pazzi di me, mi avrebbero addirittura creduto.

Non sono ancora uscito da questo stato. A Milano è difficile trovare qualcuno che capisca quando
gli parli di energia, di connessioni, di anima. È difficile parlare di queste cose, sono da bambini,
figuriamoci un terzo occhio. Mi butto sul divano, accendo la TV. C’è B. che afferma di non essere
mai andato, assolutamente, con una minorenne, per giunta pagandola. Scosto la fascia, voglio
osservarlo bene: vedo un vecchio pazzo, che da giovane cantava sulle navi sperando di avere il
mondo fra le mani. Ma il mondo è mutevole, gli è sfuggito, il mondo non risponde ai tuoi piani. Per
questo penso che Milano possa crollare, perché le persone che erano oggi sulla metro non erano
tanto diverse da lui. Vedo dei criminali. Pericolosi. E vedo l’enorme tristezza di una vita priva di
energia, di amore e di connessioni. Il suo fallimento. Da quando ho questo terzo occhio, sono
diventato un individuo che non sa più condannare. Cerco solo di capire perché la gente si ostina
ancora a non vedere, ora che i regimi crollano, ora che gli immigrati si integrano, come fanno a non
vedere, sì, facile direte voi, per te che hai il terzo occhio.
Infatti. Me ne torno a dormire. Svegliatemi quando sarete morti.

Il futuro non è più quello di una volta - Miulano, Triennale

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