Perché ho smesso di studiare (a 16 anni)

Ho smesso di studiare perché ogni volta che entri in Sormani c’è quel rumore di libri che ti assale dal magazzino e non ti lascia più. Migliaia e migliaia di volumi, senza contare le riviste, i quotidiani, senza contare tutti gli autori che lì mancano ma che andrebbero comunque letti. Senza contare tutti quegli autori sconosciuti che magari nessuno ha mai pubblicato ma che erano dei geni, magari ancora più di quelli che noi conosciamo e definiamo geni, anzi sicuramente, così geni che sono scivolati indecodificati nel corso dei secoli. Tutti gli scrittori che andrebbero scoperti. E i trattati di scienza, di fisica, di medicina, tutte quelle scoperte che hanno migliorato la vita dell’uomo, molte delle quali sono ancora conosciute da così poche persone.

Ho smesso di studiare perché sentivo le urla di tutti quegli autori che volevano essere letti, appena varcavo la soglia della biblioteca, e volevano essere letti così come tutti gli esseri umani che ho intorno volevano essere ascoltati, e il chiasso che si generava era clamoroso, mi impediva di concentrarmi su qualsiasi cosa. Non potevo metterli a tacere, e di ignorarli non se ne parlava nemmeno: erano fatti della mia stessa pasta, della mia stessa umanità e comprendevo la loro necessità, che era anche la mia: avere un lettore, un interlocutore, un interprete. Ma il rumore, il rumore, il chiasso che facevano, che rumore, che mal di testa, come assegnare le priorità, come intraprendere una lettura qualsiasi? Sapendo che ogni libro presenta in se setsso miliardi di riferimenti e una storia letteraria che affonda le sue radici nella storia più antica; sapendo che ogni romanzo per essere capito veramente andrebbe letto due, se non tre volte; che ogni teoria per essere intesa andrebbe provata personalmente, almeno in maniera superficiale. Insomma, ho smesso di studiare. Tutto questo era troppo, da fare in una vita, ma soprattutto insopportabile, con il sottofondo di urla disperate di quegli autori che nessuno leggerà mai, di quelle intuizioni grandisiose destinate a cadere nell’oblio ancora prima di nascere.

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