La stagione dei treni

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È ricominciata la primavera anzi no, l’estate e con essa la stagione dei treni. Non sono passati molti anni da quando prendevo il treno, sempre e rigorosamente da Milano Centrale, per: Cesena, Bologna, Modena, Fano, Ferrara, Padova, Verona, Pescara, Roma. Manca qualcuno? Può darsi.

Ogni anno che percepisco il primo sole (il primo sole vero, quello caldo) mi torna in mente la bellezza di quei viaggi, il sole e il verde tutto intorno e l’aria di pulito. Questo sole arriva in Italia intorno a maggio, in Grecia intorno a marzo, in Finlandia forse mai, forse a luglio. Ma ovunque io sia, quando lo sento penso al verde del centro Italia, alla pace che si respira sui quei treni, agli strani incontri di viaggiatori lontani, quando sei su un treno e viaggi lontano.

Tutti questi percorsi hanno sempre avuto una sola partenza. La ventina di binari della stazione di Milano Centrale, ora preda ancora di più di turisti da tutto il mondo, causa Expo. Potete ammirare il loro metallo sbarluccicante al sole nella foto soprastante.

Che dire… Buon viaggio!

Vibrazioni di Kina

Kina in concerto

Ieri ho assistito, per caso, a un concerto inaspettato. Ero andata a ritirare un libro meraviglioso, che rappresenta in pieno il periodo e il luogo in cui viviamo. Si tratta di re/search milano, in uscita nelle librerie da mercoledì prossimo. Sono stata fiera sostenitrice di un progetto che mi ha davvero entusiasmato: centinaia gli scrittori che hanno collaborato a descrivere la Milano underground, tracciando la mappa storica ed emotiva di quello che la nostra città rappresenta per le persone che la vivono. Di questo spero avrò modo di parlare più avanti (magari dopo aver letto il libro per intero).

Concerto, dicevamo. Per caso mi sono imbattuta infatti nella presentazione di un altro libro, come macchine impazzite. Due rappresentati dei Kina, noto gruppo hardcore punk italiano degli anni ’80 hanno raccontato la loro avventura musicale. Devo ammettere che di loro non ne sapevo nulla, ma appena li ho sentiti suonare in unplugged mi sono passate davanti agli occhi una serie di immagini: giovani ragazzi degli anni Novanta che pogano a un concerto di paese, sotto le note dei Persiana Jones. Giovani ragazzi che impazziscono ascoltando le Pornoriviste. Giovani ragazzi che accorrono al concerto dei Derozer.

Insomma ho avuto la netta sensazione che i Kina fossero i capostipiti di tutto quello che si ascoltava nelle piazze e alle feste del nostro paese quando eravamo adolescenti. Devo dire che questo mi ha molto commosso. E allora beccatevi ‘sto video.

Ho riacceso lo Smartphone

Mi è sempre piaciuto avere uno smartphone.

Con lo smartphone puoi fare un sacco di cose: scattare foto, scrivere un messaggio ai tuoi amici su Whatsapp, scrivere un SMS ai tuoi amici (o alla mamma), scrivere un messaggio ai tuoi amici dell’est su Viber, scrivere un messaggio ai tuoi amici su Facebook, pubblicare in bacheca su Facebook qualcosa, pubblicare una foto su Facebook, pubblicare una foto su Instagram, pubblicare un articolo sul tuo blog, condividerlo su Twitter, condividere la condivisione da Twitter a Tumblr a Facebook passando per Buffer. Puoi leggere i giornali, gli articoli dei giornali in inglese in italiano e in urdu. Puoi guardare video scemi su Youtube, video intelligenti su Vimeo, video scemi su Vimeo, video intelligenti e film in streaming quando non bloccano i siti. Puoi guardare siti porno video porno contenuti ambigui buffi ridicoli seri rivoltosi intelligenti intellettuali. Puoi scaricare delle app a caso e vedere come funzionano. Puoi fare i conti con la calcolatrice scaricare una calcolatrice con un nuovo layout segnarti gli appuntamenti sul calendario farti un selfie specchiarti usare la torcia scrivere gli appunti con il pennino se hai un Note. Prendere note prendere appunti registrare una conversazione una telefonata fare un video a un vecchio che cade dal tram e alle persone che fanno la foto al vecchio che cade dal tram e postarlo dicendo che le persone fanno le foto anziché aiutare la gente.

ScreenshotNote

Ecco come si presentava la schermata del mio cellulare dopo tre settimane di inutilizzo…

Da piccola avevo un diario. Ci scrivevo cose come i miei pensieri, le cose che mi erano accadute, le cose che avrei voluto dire e che non avevo detto, ci appiccicavo foto e se avessi potuto, beh, probabilmente ci avrei anche incollato dentro un bel video. Ma non era possibile. Questo diario, si dà il caso, non lo leggeva mai nessuno. Innanzitutto, perché era logisticamente abbastanza difficile. Avrei dovuto dire, ehi tu, vieni qui a casa mia a leggere il mio diario. Con alcune amiche devo averlo fatto. Ma solo alcune parti di diario, certo non tutte. In ogni caso, rimaneva una cosa molto intima e personale, scrivevo solo e unicamente per me stessa e soprattutto c’era una specie di sacra vergogna che mi impediva di rendere pubblico in qualsiasi modo i miei sentimenti e i pensieri più intimi. Ora, con la diffusione spasmodica del web, scrivere pensieri intimi e pubblicare foto e condividere citazioni è diventata una pratica iperdiffusa. Ognuno scrive i propri pensieri intimi (o quelli che ritiene siano tali), scrive su Facebook ciò che vorrebbe dire a qualcuno, ma che non ha detto, si lamenta di gente contro cui non avrebbe mai il coraggio di lamentarsi, e tutto questo amplificato per milioni di pagine di milioni di utenti che interpretano a modo loro spesso non vedono oppure danno giusto uno sguardo e condividono giudicando non giudicando ridendo in un chiasso infernale che è diventato l’internet di oggi.

Un tempo internet era un territorio remoto, dove potevano entrare solo in pochi e il modem gracchiava rumorosamente e il telefono di casa non funzionava. E le chat si facevano da MS-DOS e ti ritrovavi a parlare con gente dall’altra parte del mondo che sembrava davvero un miracolo. La stessa sensazione di quando ci si trova in una landa desolata, un territorio tutto da scoprire, e ci sei solo tu, il nulla e altri pochi avventurieri che si sono imbarcati per gli stessi lidi. Ora internet è sovraffollato, è un’osteria di vecchia data da cui sono passati ormai tutti. Dall’America, dall’Europa e dall’Africa, tutti i continenti hanno un accesso a internet, tutti i device hanno il wi-fi, il computer il cellulare l’ebook reader l’orologio. E proprio come un territorio già scoperto da tempo, come ogni avventuriero che si rispetti, devo per forza affermare che internet ormai mi ha stufato. È una fonte di stress indescrivibile. Sarà perché ormai da tre anni ci lavoro, sarà perché ormai da troppo tempo ho tutto online. Da così tanto tempo che mi ero dimenticata la piacevole sensazione di calma e tranquillità che solo una vita analogica può riservare.

Giorni fa mi si è scaricata la batteria dello smartphone. Ovvero si è gonfiata in maniera un po’ preoccupante e poi ha cominciato a dare i numeri, cosa che è successa a un bel po’ di possessori del mio stesso modello di cellulare che per un istinto al politically correct che mi ha portato e mi porterà al fallimento nella vita, non nominerò. Da allora, ho provato subito un sospiro di sollievo. Innanzitutto, perché sapevo che era un problema unicamente legato alla batteria, e che quindi il cellulare non era da buttare. In secondo luogo, perché mi era già successa una cosa simile: il mio primo smartphone ha avuto vita breve, diciamo che l’ho perso anche se in realtà temo fortemente me l’abbiano rubato visto che mi trovavo in un bar. Ecco, in entrambe queste occasioni ho provato un senso di libertà e gioia infinita come mai mi era successo prima. Innanzitutto, non ho più ricevuto per diversi giorni alcun tipo di notifica push. Per chi non sapesse cos’è una notifica push, è quella meravigliosa iconcina di whatsapp di gmail di twitter di facebook di moovit di spotlime di trivago di booking di pinterest di wordpress che ti segnala che è arrivato un messaggio ti hanno menzionato su twitter hanno condiviso le tuo foto hai un nuovo follower su flickr il tram è in ritardo hanno ucciso un messicano a Parigi. Ecco, questa è l’essenza di una notifica push: una prolungata, costante, incessante flusso di informazioni non richieste. La verità è che, mi direte voi, è sufficiente disattivarle queste benedette notifiche, e accedere quando vuoi alle app che desideri. Sì lo so, è vero. Però è anche vero che, come dicevo all’inizio, avere uno smartphone è bellissimo.

Con lo smartphone ti puoi tenere costantemente in contatto con chi vuoi, con le persone che ami in qualunque parte del mondo siano. Puoi condividere con tutti i posti che stai visitando, le tue opinioni sui libri che hai letto, sui film che hai visto, sulla musica che hai scoltato. Puoi ritrovare la strada, puoi rintracciare un’amico, puoi guardare il telegiornale. Sì lo so, sembro una pubblicità però è vero: pensare questa cosa anche solo poche decine di anni fa, sarebbe stato fantascientifico, come essere in un futuro lontano, molto più avanzato e teconologico di adesso. Il problema è che la vicinanza fornita dallo smartphone e più in generale da tutti gli strumenti connessi a internet, è e rimane fittizia. Come se fossimo cani di Pavlov. È vero, possiamo sentire le voci delle altre persone, ascoltare musiche sconosciute, vedere le foto in tempo reale di paesi lontani. Ma in realtà siamo sempre qui, e l’acquolina in bocca del cibo meraviglioso che vediamo fotografato non la possiamo saziare, e le persone che amiamo e che ci parlano al telefono non le possiamo abbracciare, e tutte le news che leggiamo nell’app dell’ANSA che sentiamo nell’app TuneIn Radio che ci scorrono anche quando non vogliamo fra le notifiche di Twitter e nella home di Facebook, beh sono troppe, sono decisamente troppe da smaltire in un tempo così breve.

La conclusione? Non lo so. Ho riacceso lo smartphone oggi, dopo tre settimane esatte dall’ultima volta che l’ho usato. Devo ammettere che non ne sentivo la mancanza, anzi. Dovrei usarlo con più discrezione, probabilmente.

Ma so che il mondo non lo farà…

You call me ignorant, but you never listened to Bongo Flava

Più vado avanti, e più mi rendo conto che la maggior parte delle persone parla tanto per parlare. E non sarebbe un problema, se non lo facesse con convinzione. Voglio dire, sono sempre stata la prima a sparare cazzate, a scherzare, a comunicare tanto per comunicare (e qua citiamo il nostro, medium is the message). Il problema è che sempre più mi trovo ad avere a che fare con gente che non solo ignora ciò che dice, ma che è anche convinta di ciò di cui ha solo un’opinione.

E direte: finora, sono quasi banalità.

Eppure, questa piaga è diffusa anche fra gli strati più “acculturati” della società. Mi hanno detto una volta, con aria allibita: “Non conosci John Belushi?!”. Beh, a dire il vero, no, non lo conoscevo. E non lo conosco tuttora. Non ho avuto la prontezza di rispondere, fammi ora tu un elenco delle cose che io conosco e di cui tu ignori l’esistenza. Ho come l’impressione che purtroppo, le persone non si rendono ancora conto che quella che loro chiamano “cultura”, è semplicemente il frutto di un insieme di nozioni che fanno parte del contesto in cui sono sempre cresciuti. E che il mondo è così vario, e comprende talmente tanti CONTESTI, che è semplicemente ridicolo tacciare di ignoranza chicchessia.

A questo proposito, vorrei approfondire ora un tema a me molto caro: quello della musica popolare. Ho sempre trovato ridicolo il modo in cui alcuni (in particolare, i cosiddetti radical chic: anche se come in ogni cosa, c’è del buono anche in loro) amassero in maniera spropositata le musiche popolari del passato: oh come ci piace il folk irlandese, oh quant’è bella la pizzica oh mamma mia impazzisco per i balli popolari. E poi le stesse, medesime persone non sono assolutamente in grado di riconosere le musiche popolari attuali, nate da un po’ o appena nate (un esempio a caso? la Zumba), che anzi denigrano con tutto loro stessi. E non solo: ci sono tante di quelle musiche popolari nel mondo, che sono totalmente ignorate dalla nostra generazione e che in realtà sono un fenomeno largamente diffuso, al pari della musica dance, rock, pop e altro. Mi riferisco ad esempio alla Bongo Flava: un genere che mischia i ritmi africani tradizionali con la musica dance e rap più moderna.

Non si tratta di un genere di nicchia: la Bongo Flava è ascoltata da milioni di persone nell’Africa Orientale, e molti qui da noi ne ignorano anche solo il nome. E allora ve lo propongo qui.


Questa canzone è la mia preferita. Me la tradusse tempo fa un amico che vive molto lontano. Parla di un ragazzo che offre ospitalità a un suo amico venuto a cercare fortuna in città. Ma come accade in ogni società “che si rispetti”, l’amico ci prova con la moglie di chi gli ha offerto aiuto…

Ηλιας Πετρόπουλος – Η Μακεδονια Ilias Petropoulos-Macedonia 1/2

Originally posted on Maria Sevastaki's Weblog:

Elias Petropoulos was born in Athens in 1928. For many years he lived in Thessaloniki, a city he knows intimately (not least as regards the history of its Jewish community). During the Second World War and the ensuing Civil War he was a member of illegal left-wing organizations. From 1965 to 1975 he lived in Athens, where he earned his living as a journalist and writer. He moved to Paris. During a lifetime of work he has published upwards of 80 books and 1,000 articles and essays. Many of the books were self-publishing ventures, sometimes in small-run art editions designed by himself. Twenty-seven of them have now been published in Greek in the Collected Works by Nefeli publishers, Athens .

http://www.iospress.gr/ios2009/ios20090208.htm

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Il congiuntivo sta morendo! Festeggiamo?

Scrivo questo post dopo aver letto l’ennesimo articolo sull’impoverimento della lingua italiana. In particolare, l’articolo riguarda la presunta “morte” del trapassato remoto, considerato particolarmente importante dall’autore per via delle sfumature temporali che questo tempo verbale consente di veicolare. Nulla da ridire al riguardo. Non posso fare a meno che trovarmi d’accordo sul fascino che certe strutture morfosintattiche possano ricoprire e su come queste riflettano in realtà una modalità di pensiero e di percezione della realtà che ci circonda. L’articolo però mi ha fatto subito venire alla mente un’altra questione a me molto cara, e sulla quale vorrei esprimermi una volta per tutte.

Come appassionata di lingue, studiosa di linguistica, persona che vive ed opera nella realtà contemporanea ecc. ecc. mi trovo a dover contrastare – sebbene al momento, nel panorama “intellettuale” italiano, sia probabilmente una delle pochissime voci fuori dal coro – la miriade di articoli, accenni, illazioni, sull’impoverimento della lingua, sulla morte di questo carissimo e indispensabilissimo congiuntivo, sulla scarsità di raffinatezza usata dai “giovani”, questi sfigati e incolti giovani, sull’utilizzo dell’italiano.

No! Avete rotto! LE LINGUE EVOLVONO, e con esse l’italiano! Lasciate che anche la nostra lingua segua il suo corso. L’inglese, la lingua forse non di Dante, ma perlomeno si Shakespeare, è sopravvissuto benissimo senza il congiuntivo. E voi mi direte, “ma ce l’ha il congiuntivo l’inglese”, pensando ad If I were, che peraltro viene utilizzata solo in alcuni casi e considerata un po’ posh da molti inglesi – mi correggano i miei colleghi di inglesistica al riguardo. Detto ciò, la cosa che più mi stupisce di tutti questi allarmismi (che peraltro non sono neanche del tutto infondati, e a questo proposito di legga questo post sul congiuntivo) è il fatto che chi si mostra più agguerrito in questa battaglia sull’utilizzo – a tutti i costi! – del congiuntivo, sembra ignorare i fenomeni principali che le lingue hanno subito nel corso dei secoli.

La lingua, è vero, è in gran parte specchio del modo di pensare dei popoli e ci può dire molto sulla cultura e sul pensiero delle popolazioni che ne fanno uso. Tuttavia, alla morte di determinate strutture morfosintattiche, si sono sempre attuati stratagemmi per poter esprimere i medesimi concetti – forse non sempre con lo stesso potere evocativo, ma se non altro con la medesima funzionalità. Ad esempio il locativo in latino, che fin dai primi anni sui banchi di scuola liceali viene insegnato essere un caso morto e sopravvissuto solo in determinate espressioni come domi ( = a casa). Bene, io ora vorrei sapere chi fra i professori si sia mai indignato per l’impoverimento che la lingua latina ebbe in seguito alla scomparsa del locativo.Vorrei sapere a quale alunno sia mai capitato di scandalizzarsi per la sparizione di un elemento linguistico così prezioso e indispensabile , che permetteva di esprimere in maniera così emblematica la determinazione di luogo e che è poi sparito lasciando il posto all’orribile sistema di preposizione + ablativo. Orrore?

Esempio due: il duale in greco. Nei dialetti greci più antichi sono certificate delle forme di duale, la persona verbale più affascinante che io abbia mai riscontrato nello studio delle grammatiche delle lingue. Il duale è quello che in italiano si traduce con la persona verbale “voi due”o “loro due”, e prevede delle desinenze verbali a sé, distinte da quelle delle forme plurali “noi”, “voi”, “essi-e/loro”. Naturalmente, ciò che si può esprimere con il duale è assolutamente inesprimibile, a livello formale, in qualsiasi altro modo. Probabilmente molto più difficile da esprimere rispetto al periodo ipotetico senza congiuntivo, che invece può essere ricreato con una maniera logica pressoché equivalente mediante l’utilizzo di altri tempi verbali (v. ancora, l’inglese). Bene. Allora vorrei sapere perché nessuno abbia mai sostenuto una battaglia sulla morte del duale. Nel presente intendo… perché i puristi della lingua non sono mai mancati, neanche nell’antichità!

Alla luce di tutto questo, ora vi chiedo. Qual è il vostro problema? Il congiuntivo sta morendo. E allora? Credete davvero che non si possa trovare alcun modo per sostituirlo? Credete davvero che non possa esistere poesia, bellezza, arte, se una persona esprime lo stesso concetto in una forma diversa da quella a cui siete abituati, o che vi hanno insegnato sui banchi delle elementari? Perché di banchi delle elementari, o delle medie al massimo, si tratta. A partire da quello che ho imparato dal liceo in avanti, ho scoperto che le lingue sono un mare di cultura e conoscenza proprio perché sono varie, si evolvono, sanno cambiare registro in base al contesto, sono un mare meraviglioso che non si può arginare in aride regole grammaticali, che sono sì importanti ma che per la maggior parte derivano dall’uso della lingua, e non viceversa. Quindi vi prego, smettetela di gridare alla morte del congiuntivo, spandendo terrore sull’impoverimento della cultura giovanile e quant’altro.

Anche perché io vi sento parlare. E sebbene forse sappiate cosa sia un congiuntivo, beh, nella lingua parlata non fate altro che ucciderlo anche voi… e neanche ve ne accorgete. Se solo avessi sempre un registratore con me ;)

10 minuti di metro a Milano (nel week end)

Metro Milano LoretoUna metro carica di avvenimenti, quella che ho preso questa mattina per andare da piazza Gabrio Piola a Milano Cadorna. In poco più di una decina di minuti è successo di tutto.

Ero seduta sui sedili di un vagone centrale, con la borsa appoggiata sulle gambe e una lattina di Coca-Cola Light in mano. Di fronte a me, nel sedile più a destra, un signore parlava al telefono e diceva qualcosa come “dobra”, “dobra”, insomma si esprimeva in una lingua slava, probabilmente.

Aveva l’aria strana, un vestito sportivo e alla mano, ma il suo sguardo oscillava tra il preoccupato e lo sfinito. A un certo punto, di fianco a lui, si sono sedute due signore vestite di tutto punto. Due pellicce nere, capelli corvini ben curati, rossetto sulle labbra e jeans, con scarpe comode. La guida rossa che avevano in mano era scritta in caratteri cirillici, e sulla copertina si leggeva “Милан”. Le ha adocchiate lo slavo, ha adocchiato la scritta e le guardava, mentre erano intente a cercare di capire dove andare, studiando la mappa che avevano con sè. Contavo i secondi per quando avrebbe attaccato bottone, ma poi siamo arrivati in Stazione Centrale ed è sceso.

L’ha sostituito un ragazzo poco più giovane, avrà avuto 35 anni. Appena seduto, ha indicato a un tipo il sedile accanto al mio, che era l’unico libero. Una zaffata di birra, insieme a musica rock ad alto volume si sono accomodati alla mia sinistra. Questo mio nuovo compagno di viaggio aveva una giacca blu, degli occhiali da sole scuri che rendevano il volto completamente imperscrutabile, e dei capelli biondi platinati cortissimi.

Io non potevo osservarlo, perché era seduto vicino a me, ma lo vedevo di sbieco scrivere su Whatsapp a un contatto registrato come “Amore”. Mi sono poi messa ad osservare gli altri passeggeri, gioco che faccio molto spesso soprattutto nel week end. Il sabato e la domenica la metro è piena di gente, ed è proprio vero che si sentono parlare più lingue straniere che italiano.

Ad attirare la mia attenzione, due cinesi che parlavano a voce un po’ troppo alta, in piedi vicino alle porte – nel frattempo, la metro si era riempita. Di fronte a me, le due signore russe (che poi avrebbero potuto essere di qualsiasi altro posto, ma il turismo russo è ormai un fenomeno piuttosto radicato in Italia) continuavano a consultarsi sull’itinerario da seguire. Alla mia destra, alcuni uomini di colore parlavano in una lingua probabilmente africana, e sembravano sereni, giocosi. La metro a Milano il week end è rilassata.

La gente esce, vuole vedere come va il mondo, e si incontro in una città che ha davvero un aspetto e un’anima nuovi. Da un lato, i grattacieli di Garibaldi hanno davvero cambiato il volto a una parte di Milano, in vista dell’Expo 2015. Il logo dell’Unicredit sventola da Corso Garibaldi a Corso Como, fino ad arrivare al nuovo edificio realizzato quasi a ricordarci che sono le banche a fare – tra le altre cose – il bello e il cattivo tempo. Dall’altro, il numero di stranieri è in continuo aumento, i dati parlano chiaro: cira 261.500 un anno fa, contro i 217.000 del 2010. Una forza-lavoro dicono alcuni, che per l’Italia è ormai irrinunciabile. Una “classe” di individui che portano degrado e arretratezza culturale, dicono altri.

Persone, dico io, che hanno deciso di spostarsi come stiamo cominciando di nuovo a fare noi, per cercare un futuro migliore, sperando di trovare un posto dove poter costruire, finalmente, una casa anche per noi. Siamo arrivati, Milano Cadorna, che bolgia! Ed è soltanto sabato…

20 reason not to go away from Italy

I would like, for a while, to put on evidence a nice phenomenon that occurred these last few months in Italy. A really sarcastic and sometimes politically-uncorrect blog called “L’oltreuomo” (German Übermensch, English Superman) is gathering more and more appreciation from the Italian Social Network public and reached 16.000 “likes” on the Official Facebook page, plus multiple shares of many blog posts.

Here you can find the last one.

20 reason for young graduates not to go out from Italy

1. Because we have bidet.

2. Because Letta [Italian Prime Minister] said crisis is over.

3. Because Romanian nurses are riunning out and someone has to replace them.

4. Because mommy’s Bolognese sauce is not good anymore if you send it by mail.

5. Because if you have a girlfriend and you go abroad you have 98% of possibilities that she cheats on you and 2% that she betrays you with your father.

6. Because if you are single your destiny is to be single (you didn’t succeed in finding a girl even in Italy, do you really think foreign girls would look at you?).

7. Because to find a job in Italy is a hard work, but if it happens they pay you not to do nothing for the rest of your life.

8. Because Canalis is single.

9. Because “41% of youth unemployment” is a good excuse for lying on the sofa

10. Because as Padoa-Schioppa said, taxes are extremely beautiful, and here in Italy there are enough for everyone.

11. Because pizza with radioactive mozzarella has an astonishing flavour.

12. Because a delocalized company becomes a richer company, but if you delocalize yourself you just continue starving somewhere else.

13. Because except for a short period from September to June, in Italy it’s always sunny.

14. Because if you got hemorhoids, how would you explain to your doctor what a rhagade is without make him think you’re a sexual-maniac?

15. Because in Italy pedestrians do not have the right of way, and if you’re in a car nothing can stop you. Except for a wall.

16. Because in Italy Mc Donald’s flesh is healthier.

17. Because if you suffer injustice, “Le Iene” and “Striscia” [Entertainment and Satirical TV programs] will compete to offer you their help.

18. Because in Italy if you are a graduate they will think you’re clever at first glance, while abroad you have to show it.

19. Because Italian Champions League is the harder of the world.

20. Because  if you make an effort, you can be fulfilled, and there are many examples around you.

Ruling Class

Ho visto a Salonicco

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Ho visto a Salonicco alcuni pezzi di un puzzle che sembravano appesi al cielo. Invece erano legati a dei fili, dei fili invisibili probabilmente, ed erano tutti colorati per fare in modo che i bambini che giocano nell’asilo che fa angolo con via Miaouli possano vederli, ogni volta che escono in cortile per la ricreazione.

Dev’essere un bello spettacolo per loro… io avrei dato di matto a 3-4 anni, per una cosa del genere. A dire il vero anche adesso… E quel sole che noi a novembre ci sognamo, che si infilava prepotentemente a ricordare a chiunque che l’estate non c’era ancora, ma sarebbe tornata.

Sono convinta che non sia necessario andare a Salonicco per trovare questo genere di cose, ma rimane il fatto che per me è e rimarrà sempre una città splendida. Così come è splendido che i ragazzini la sera scavalchino i cancelli delle scuole per giocare nei campi da basket, e nessuno gli dice niente. Perché in fondo è giusto così, perché non c’è niente di male a scavalcare un cancello per giocare a basket…