Il congiuntivo sta morendo! Festeggiamo?

Scrivo questo post dopo aver letto l’ennesimo articolo sull’impoverimento della lingua italiana. In particolare, l’articolo riguarda la presunta “morte” del trapassato remoto, considerato particolarmente importante dall’autore per via delle sfumature temporali che questo tempo verbale consente di veicolare. Nulla da ridire al riguardo. Non posso fare a meno che trovarmi d’accordo sul fascino che certe strutture morfosintattiche possano ricoprire e su come queste riflettano in realtà una modalità di pensiero e di percezione della realtà che ci circonda. L’articolo però mi ha fatto subito venire alla mente un’altra questione a me molto cara, e sulla quale vorrei esprimermi una volta per tutte.

Come appassionata di lingue, studiosa di linguistica, persona che vive ed opera nella realtà contemporanea ecc. ecc. mi trovo a dover contrastare – sebbene al momento, nel panorama “intellettuale” italiano, sia probabilmente una delle pochissime voci fuori dal coro – la miriade di articoli, accenni, illazioni, sull’impoverimento della lingua, sulla morte di questo carissimo e indispensabilissimo congiuntivo, sulla scarsità di raffinatezza usata dai “giovani”, questi sfigati e incolti giovani, sull’utilizzo dell’italiano.

No! Avete rotto! LE LINGUE EVOLVONO, e con esse l’italiano! Lasciate che anche la nostra lingua segua il suo corso. L’inglese, la lingua forse non di Dante, ma perlomeno si Shakespeare, è sopravvissuto benissimo senza il congiuntivo. E voi mi direte, “ma ce l’ha il congiuntivo l’inglese”, pensando ad If I were, che peraltro viene utilizzata solo in alcuni casi e considerata un po’ posh da molti inglesi – mi correggano i miei colleghi di inglesistica al riguardo. Detto ciò, la cosa che più mi stupisce di tutti questi allarmismi (che peraltro non sono neanche del tutto infondati, e a questo proposito di legga questo post sul congiuntivo) è il fatto che chi si mostra più agguerrito in questa battaglia sull’utilizzo – a tutti i costi! – del congiuntivo, sembra ignorare i fenomeni principali che le lingue hanno subito nel corso dei secoli.

La lingua, è vero, è in gran parte specchio del modo di pensare dei popoli e ci può dire molto sulla cultura e sul pensiero delle popolazioni che ne fanno uso. Tuttavia, alla morte di determinate strutture morfosintattiche, si sono sempre attuati stratagemmi per poter esprimere i medesimi concetti – forse non sempre con lo stesso potere evocativo, ma se non altro con la medesima funzionalità. Ad esempio il locativo in latino, che fin dai primi anni sui banchi di scuola liceali viene insegnato essere un caso morto e sopravvissuto solo in determinate espressioni come domi ( = a casa). Bene, io ora vorrei sapere chi fra i professori si sia mai indignato per l’impoverimento che la lingua latina ebbe in seguito alla scomparsa del locativo.Vorrei sapere a quale alunno sia mai capitato di scandalizzarsi per la sparizione di un elemento linguistico così prezioso e indispensabile , che permetteva di esprimere in maniera così emblematica la determinazione di luogo e che è poi sparito lasciando il posto all’orribile sistema di preposizione + ablativo. Orrore?

Esempio due: il duale in greco. Nei dialetti greci più antichi sono certificate delle forme di duale, la persona verbale più affascinante che io abbia mai riscontrato nello studio delle grammatiche delle lingue. Il duale è quello che in italiano si traduce con la persona verbale “voi due”o “loro due”, e prevede delle desinenze verbali a sé, distinte da quelle delle forme plurali “noi”, “voi”, “essi-e/loro”. Naturalmente, ciò che si può esprimere con il duale è assolutamente inesprimibile, a livello formale, in qualsiasi altro modo. Probabilmente molto più difficile da esprimere rispetto al periodo ipotetico senza congiuntivo, che invece può essere ricreato con una maniera logica pressoché equivalente mediante l’utilizzo di altri tempi verbali (v. ancora, l’inglese). Bene. Allora vorrei sapere perché nessuno abbia mai sostenuto una battaglia sulla morte del duale. Nel presente intendo… perché i puristi della lingua non sono mai mancati, neanche nell’antichità!

Alla luce di tutto questo, ora vi chiedo. Qual è il vostro problema? Il congiuntivo sta morendo. E allora? Credete davvero che non si possa trovare alcun modo per sostituirlo? Credete davvero che non possa esistere poesia, bellezza, arte, se una persona esprime lo stesso concetto in una forma diversa da quella a cui siete abituati, o che vi hanno insegnato sui banchi delle elementari? Perché di banchi delle elementari, o delle medie al massimo, si tratta. A partire da quello che ho imparato dal liceo in avanti, ho scoperto che le lingue sono un mare di cultura e conoscenza proprio perché sono varie, si evolvono, sanno cambiare registro in base al contesto, sono un mare meraviglioso che non si può arginare in aride regole grammaticali, che sono sì importanti ma che per la maggior parte derivano dall’uso della lingua, e non viceversa. Quindi vi prego, smettetela di gridare alla morte del congiuntivo, spandendo terrore sull’impoverimento della cultura giovanile e quant’altro.

Anche perché io vi sento parlare. E sebbene forse sappiate cosa sia un congiuntivo, beh, nella lingua parlata non fate altro che ucciderlo anche voi… e neanche ve ne accorgete. Se solo avessi sempre un registratore con me ;)

10 minuti di metro a Milano (nel week end)

Metro Milano LoretoUna metro carica di avvenimenti, quella che ho preso questa mattina per andare da piazza Gabrio Piola a Milano Cadorna. In poco più di una decina di minuti è successo di tutto.

Ero seduta sui sedili di un vagone centrale, con la borsa appoggiata sulle gambe e una lattina di Coca-Cola Light in mano. Di fronte a me, nel sedile più a destra, un signore parlava al telefono e diceva qualcosa come “dobra”, “dobra”, insomma si esprimeva in una lingua slava, probabilmente.

Aveva l’aria strana, un vestito sportivo e alla mano, ma il suo sguardo oscillava tra il preoccupato e lo sfinito. A un certo punto, di fianco a lui, si sono sedute due signore vestite di tutto punto. Due pellicce nere, capelli corvini ben curati, rossetto sulle labbra e jeans, con scarpe comode. La guida rossa che avevano in mano era scritta in caratteri cirillici, e sulla copertina si leggeva “Милан”. Le ha adocchiate lo slavo, ha adocchiato la scritta e le guardava, mentre erano intente a cercare di capire dove andare, studiando la mappa che avevano con sè. Contavo i secondi per quando avrebbe attaccato bottone, ma poi siamo arrivati in Stazione Centrale ed è sceso.

L’ha sostituito un ragazzo poco più giovane, avrà avuto 35 anni. Appena seduto, ha indicato a un tipo il sedile accanto al mio, che era l’unico libero. Una zaffata di birra, insieme a musica rock ad alto volume si sono accomodati alla mia sinistra. Questo mio nuovo compagno di viaggio aveva una giacca blu, degli occhiali da sole scuri che rendevano il volto completamente imperscrutabile, e dei capelli biondi platinati cortissimi.

Io non potevo osservarlo, perché era seduto vicino a me, ma lo vedevo di sbieco scrivere su Whatsapp a un contatto registrato come “Amore”. Mi sono poi messa ad osservare gli altri passeggeri, gioco che faccio molto spesso soprattutto nel week end. Il sabato e la domenica la metro è piena di gente, ed è proprio vero che si sentono parlare più lingue straniere che italiano.

Ad attirare la mia attenzione, due cinesi che parlavano a voce un po’ troppo alta, in piedi vicino alle porte – nel frattempo, la metro si era riempita. Di fronte a me, le due signore russe (che poi avrebbero potuto essere di qualsiasi altro posto, ma il turismo russo è ormai un fenomeno piuttosto radicato in Italia) continuavano a consultarsi sull’itinerario da seguire. Alla mia destra, alcuni uomini di colore parlavano in una lingua probabilmente africana, e sembravano sereni, giocosi. La metro a Milano il week end è rilassata.

La gente esce, vuole vedere come va il mondo, e si incontro in una città che ha davvero un aspetto e un’anima nuovi. Da un lato, i grattacieli di Garibaldi hanno davvero cambiato il volto a una parte di Milano, in vista dell’Expo 2015. Il logo dell’Unicredit sventola da Corso Garibaldi a Corso Como, fino ad arrivare al nuovo edificio realizzato quasi a ricordarci che sono le banche a fare – tra le altre cose – il bello e il cattivo tempo. Dall’altro, il numero di stranieri è in continuo aumento, i dati parlano chiaro: cira 261.500 un anno fa, contro i 217.000 del 2010. Una forza-lavoro dicono alcuni, che per l’Italia è ormai irrinunciabile. Una “classe” di individui che portano degrado e arretratezza culturale, dicono altri.

Persone, dico io, che hanno deciso di spostarsi come stiamo cominciando di nuovo a fare noi, per cercare un futuro migliore, sperando di trovare un posto dove poter costruire, finalmente, una casa anche per noi. Siamo arrivati, Milano Cadorna, che bolgia! Ed è soltanto sabato…

20 reason not to go away from Italy

I would like, for a while, to put on evidence a nice phenomenon that occurred these last few months in Italy. A really sarcastic and sometimes politically-uncorrect blog called “L’oltreuomo” (German Übermensch, English Superman) is gathering more and more appreciation from the Italian Social Network public and reached 16.000 “likes” on the Official Facebook page, plus multiple shares of many blog posts.

Here you can find the last one.

20 reason for young graduates not to go out from Italy

1. Because we have bidet.

2. Because Letta [Italian Prime Minister] said crisis is over.

3. Because Romanian nurses are riunning out and someone has to replace them.

4. Because mommy’s Bolognese sauce is not good anymore if you send it by mail.

5. Because if you have a girlfriend and you go abroad you have 98% of possibilities that she cheats on you and 2% that she betrays you with your father.

6. Because if you are single your destiny is to be single (you didn’t succeed in finding a girl even in Italy, do you really think foreign girls would look at you?).

7. Because to find a job in Italy is a hard work, but if it happens they pay you not to do nothing for the rest of your life.

8. Because Canalis is single.

9. Because “41% of youth unemployment” is a good excuse for lying on the sofa

10. Because as Padoa-Schioppa said, taxes are extremely beautiful, and here in Italy there are enough for everyone.

11. Because pizza with radioactive mozzarella has an astonishing flavour.

12. Because a delocalized company becomes a richer company, but if you delocalize yourself you just continue starving somewhere else.

13. Because except for a short period from September to June, in Italy it’s always sunny.

14. Because if you got hemorhoids, how would you explain to your doctor what a rhagade is without make him think you’re a sexual-maniac?

15. Because in Italy pedestrians do not have the right of way, and if you’re in a car nothing can stop you. Except for a wall.

16. Because in Italy Mc Donald’s flesh is healthier.

17. Because if you suffer injustice, “Le Iene” and “Striscia” [Entertainment and Satirical TV programs] will compete to offer you their help.

18. Because in Italy if you are a graduate they will think you’re clever at first glance, while abroad you have to show it.

19. Because Italian Champions League is the harder of the world.

20. Because  if you make an effort, you can be fulfilled, and there are many examples around you.

Ruling Class

Ho visto a Salonicco

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Ho visto a Salonicco alcuni pezzi di un puzzle che sembravano appesi al cielo. Invece erano legati a dei fili, dei fili invisibili probabilmente, ed erano tutti colorati per fare in modo che i bambini che giocano nell’asilo che fa angolo con via Miaouli possano vederli, ogni volta che escono in cortile per la ricreazione.

Dev’essere un bello spettacolo per loro… io avrei dato di matto a 3-4 anni, per una cosa del genere. A dire il vero anche adesso… E quel sole che noi a novembre ci sognamo, che si infilava prepotentemente a ricordare a chiunque che l’estate non c’era ancora, ma sarebbe tornata.

Sono convinta che non sia necessario andare a Salonicco per trovare questo genere di cose, ma rimane il fatto che per me è e rimarrà sempre una città splendida. Così come è splendido che i ragazzini la sera scavalchino i cancelli delle scuole per giocare nei campi da basket, e nessuno gli dice niente. Perché in fondo è giusto così, perché non c’è niente di male a scavalcare un cancello per giocare a basket…

Milano Milano…

Vivete a Milano, ma lasciatela prima che vi indurisca…

Vivete a Los Angeles, ma lasciatela prima che vi rammollisca…

Diceva Manlio Sgalambro in un concerto live registrato di Battiato, citando il monologo finale di The Big Kauhna di John Swanbeck con Kevin Spacey e Danny De Vito.

Questo è quello che vedo dalla mia finestra: non credo che Milano mi abbia ancora indurito, per cui credo che rimarrò ancora per un po’. Quelli che vedete a destra sono i camion dei paninari…  è lì che riposano di giorno!

Milano poetry window

Umano e male

Da quando te ne sei andato, sono sola proprio come prima, solo un po’ più felice.

La mia solitudine e il silenzio intorno a me sono semplicemente diventati un po’ più… blues

È quel calcio, quel calcio che non riesco a dimenticare…

Tanzania

Se c’è un posto dove meritiamo di morire è in Africa, nel cuore della Terra.

Guy on a boat at Zanzibar's seaside

“Alle Tiere rennen hier herum. es ist mir ein Ratsel. woher die wissen, welches wen gehört. Die Leute sind sehr freundlich und freuen…”

Ho trovato questo diario di viaggio in un portariviste pieno di sabbia a Kimte, un piccolo resort per turisti occidentali a sud di Zanzibar, nel villaggio di Jambiani. Il tedesco (o la tedesca) che l’ha scritto, deve avere più o meno la mia stessa visione naïve di questo posto e del suo popolo. La gente che ti aiuta sorridente, gli animali e tutti felici, Jah man. O almeno, così mi è sembrato di capire dal poco che mi hanno tradotto, del poco che ha scritto. Naturalmente interrotto a metà, e subito dopo un mini vocabolarietto, in parte sbagliato, con dei numeri e un pezzo in swahili che non riesco a tradurre – e che mi sembra in parte sbagliato.

Iulia, wewe mi mtu mzuri na unapenda kusema kwiswahili, lakini hujui kiswa mh iuta? hini kuji junza kusema kiswahili na mimi nita zusaidia kiisomesha an kujitunze kiswahili

Quest’africa mi dice che ci si dovrebbe lasciare andare di più ogni tanto – o anche sempre. Qui è tutto più forte, all’ennesima potenza, non è come a Milano che c’è un velo che filtra i sentimenti, le sensazioni e gli odori. Appena siamo atterrati a Dar es Salaam, ho sentito un odore fortissimo, un po’ puzzolente in realtà – ma non mi dava fastidio. Sembra di essere in Grecia 20 anni fa, in Italia 50 anni fa e in Turchia non so quando – ma solo se ti trovi tra le  vie di Stone Town e davvero non capisci più una benemerita minchia. La gente è di colore, la musica è araba, il commerciante è indiano.

Non è vero che il tempo qui si è fermato: il tempo non è mai esistito, e continua a non esistere. L’unica ora vera è quella solare, sempre uguale durante l’anno. L’una sono le sette di mattina, com’è giusto che sia – anche noi nel Medioevo, più o meno.. no? – e le 12 sono le 6 di sera.

A Zanzibar le donne hanno tutte il velo, e gli uomini fanno il bagno vestiti, e ti salutano “Jambo!” che non si capisce se perché sei turista o se perchè ti vorrebbero portare a letto – probabilmente entrambe le cose. Fatto sta che le loro donne sono bellissime, e molto curate sotto quel velo, che si vede cmq la potenza che emanano a sostenere tutto quel carico di lavoro che i mariti si guardano bene dal fare…