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Tanzania

Se c’è un posto dove meritiamo di morire è in Africa, nel cuore della Terra.

Guy on a boat at Zanzibar's seaside

“Alle Tiere rennen hier herum. es ist mir ein Ratsel. woher die wissen, welches wen gehört. Die Leute sind sehr freundlich und freuen…”

Ho trovato questo diario di viaggio in un portariviste pieno di sabbia a Kimte, un piccolo resort per turisti occidentali a sud di Zanzibar, nel villaggio di Jambiani. Il tedesco (o la tedesca) che l’ha scritto, deve avere più o meno la mia stessa visione naïve di questo posto e del suo popolo. La gente che ti aiuta sorridente, gli animali e tutti felici, Jah man. O almeno, così mi è sembrato di capire dal poco che mi hanno tradotto, del poco che ha scritto. Naturalmente interrotto a metà, e subito dopo un mini vocabolarietto, in parte sbagliato, con dei numeri e un pezzo in swahili che non riesco a tradurre – e che mi sembra in parte sbagliato.

Iulia, wewe mi mtu mzuri na unapenda kusema kwiswahili, lakini hujui kiswa mh iuta? hini kuji junza kusema kiswahili na mimi nita zusaidia kiisomesha an kujitunze kiswahili

Quest’africa mi dice che ci si dovrebbe lasciare andare di più ogni tanto – o anche sempre. Qui è tutto più forte, all’ennesima potenza, non è come a Milano che c’è un velo che filtra i sentimenti, le sensazioni e gli odori. Appena siamo atterrati a Dar es Salaam, ho sentito un odore fortissimo, un po’ puzzolente in realtà – ma non mi dava fastidio. Sembra di essere in Grecia 20 anni fa, in Italia 50 anni fa e in Turchia non so quando – ma solo se ti trovi tra le  vie di Stone Town e davvero non capisci più una benemerita minchia. La gente è di colore, la musica è araba, il commerciante è indiano.

Non è vero che il tempo qui si è fermato: il tempo non è mai esistito, e continua a non esistere. L’unica ora vera è quella solare, sempre uguale durante l’anno. L’una sono le sette di mattina, com’è giusto che sia – anche noi nel Medioevo, più o meno.. no? – e le 12 sono le 6 di sera.

A Zanzibar le donne hanno tutte il velo, e gli uomini fanno il bagno vestiti, e ti salutano “Jambo!” che non si capisce se perché sei turista o se perchè ti vorrebbero portare a letto – probabilmente entrambe le cose. Fatto sta che le loro donne sono bellissime, e molto curate sotto quel velo, che si vede cmq la potenza che emanano a sostenere tutto quel carico di lavoro che i mariti si guardano bene dal fare…

Lúthien Tinúviel

E allora sarò Lúthien Tinúviel che ballava davanti al Mostro,

e nessuno mi vedrà…

Mi sono sempre chiesta se potessi considerarmi bilingue o meglio, madrelingua sia greca che italiana. Voglio dire… Io non sarei assolutamente in grado di scrivere in entrambe le lingue con la stessa naturalezza, nè di parlare allo stesso livello, nè di capire quello che gli altri dicono allo stesso modo. E questo è naturale.

Allo stesso modo, non ho mai smesso di sentire la lingua greca (paterna) mia, anche se tutto sommato non sono mai stata in Grecia per più di pochi mesi all’anno. Perchè dico questo?

Perchè a partire da questa riflessione, e vedendo che comunque casi di gente bilingue, se non trilingue e quadrilingue, si stanno moltiplicando sempre di più (e credo proprio che sia un fenomeno in aumento esponenziale) mi sono chiesta a lungo che cosa significasse davvero “lingua madre”. E’ la lingua che so usare meglio? Quella “che uso per pensare” – almeno nei momenti di riflessione in cui utilizzo un linguaggio verbale? Quella che uso per parlare con i miei amici, con i miei affetti? Quella che uso in maniera professionalmente più qualificata? Quella che mi viene più naturale?

La madrelingua, forse, è una cosa che riconosci e che hai sempre riconosciuto. Insomma, una lingua che sai di aver sempre parlato, con cui hai sempre avuto a che fare e che non potrai mai, mai e poi mai, dimenticare. Una lingua in cui sono state veicolate le tue emozioni fin da piccolo, fin da quando eri in tenera età. Tipo le ninnananne.

Ovvio, molte cose col tempo possono essere dimenticate, alcuni vocaboli (più raramente le strutture) e alcuni linguaggi speciali magari non verranno mai appresi, soprattutto se si vive lontani dal contesto linguistico originario. Ma la sensazione che si prova nel sentire quella lingua a distanza di anni o di mesi, è una sensazione molto particolare, che forse solo chi la prova può conoscere. E’ come reincontrare un amante perduto, è un vento che ti porta alla mente in un secondo un mondo parallelo, profumi, odori e storie che ti appartengono e che sono sempre lì, dall’altra parte del mare, dall’altra parte delle montagne, da prima che tu nascessi.

 

Dopo il tramonto

È dopo il tramonto che cominciamo a ballare, non chiedermi perché.

Forse perché il troppo caldo ci ha dato alla testa, e finalmente possiamo respirare, e l’energia vuole uscire in piroette vorticose e in urla selvagge.

Non so cos’abbiamo dentro, se viene dai geni, dal caldo, dalla razza umana.

Non lo so…

È solo passione…

Ma cosa fa la gente?

Voglio dire, si sveglia la mattina e non pensa ad amare intensamente? Voglio dire ti alzi la mattina e pensi a come fare soldi a come essere bello a come riuscire a come programmare la giornata ma insomma non pensi a come amare intensamente?

Poi ho ascoltato questa canzone e mi sono ricordata perché mi piacciono le lingue meno conosciute: perché ci sono dei geniacci che si sono espressi in quelle lingue e che nessuno si è preso la briga di tradurre, tipo Aggelakas.

 

Trypes – Festa

Le mie parole sono una dolce preghiera
si appollaiano fuori dalla tua finestra chiusa
e se gliel’avessi permesso avrebbero aperto una fessura
dalla tua piccola cella fino all’infinito

Ma tu stai in silenzio e piangi come il condannato
Sopra alla cenere che ricopre il Paradiso
sopra alla cenere

Dai fuoco a quello che ti brucia, a quello che ti divora l’anima
Fuori le strade respirano assetate, aperte
L’amore è un viaggio di festa in festa
Vivi con me nell’aria, nel fuoco, nella pioggia

Ci aspettano giorni vuoti, cieli incrinati
L’amore è un viaggio di ferita in ferita

Le mie parole sono un augurio senza speranza
Luci spente dentro la stanza povera
E se gliel’avessi permesso avrebbero bruciato il silenzio
E avrebbero risolto il tuo lamento nascosto
Ma tu stai in silenzio e piangi come il condannato
Sopra alla cenere che ricopre il Paradiso
sopra alla cenere

Dai fuoco a quello che ti brucia, a quello che ti divora l’anima
Esiste ancora, esiste ancora qualcosa che non è stato perso
L’amore è un viaggio di festa in festa
Vivi con me nell’aria, nel fuoco, nella pioggia

Ci aspettano giorni vuoti, cieli incrinati
L’amore è un viaggio di ferita in ferita

L’AMORE È UN VIAGGIO DI FESTA IN FESTA
L’AMORE È UN VIAGGIO DI FERITA IN FERITA

Oi nekroi

Kapws tous thimase pou gielane…

Sono frammenti

Thessaloniki, promenade

Sono solo frammenti quelli che puoi trasmettere di te, attraverso la scrittura. O attraverso le parole. E sono solo frammenti del mondo quelli che possiamo leggere nei giornali, nelle interviste, nei libri. Per quanto grande sia un libro, rimane sempre un frammento, una parola, un soffio. Non c’è niente da fare… Niente che ci permetta di uscire da questa condizione di parzialità, niente che ci permetta davvero di dire: è così, sicuro che è così, certo che è così! Ma allora cosa avete da dire tutto il giorno? Cosa avete da scrivere tutto il giorno? Cosa avete da twittare da postare da reclamare. Indignatevi, Impegnatevi [cit.], ma soprattutto, Fermatevi! No? Penso spesso che in fondo, se ci fermassimo, metà dei problemi che ci sono sarebbero risolti. Non sono la prima a dirlo, certo, e non sarò neanche l’ultima. E’ questa vita frenetica di Milano, ad esempio, e di miriadi di altre città nel mondo, che impedisce di affrontare le problematiche reali e che ci fa vivere, appunto, in una realtà frammentaria. Avremmo bisogno anche noi di una città col mare, andare a prendere un po’ di aria al porto e respirare. Guardare chi ci sta attorno…

Ci sono canzoni troppo “sacre” da postare brutalmente su facebook in pasto a raccolte di dati statistici e feed e refeed e google ranking vattelapesca. E io odio espressioni tipo “vattelapesca” o “in quel di Milano”, ma del resto non c’è niente da fare, è snobismo anche questo e io sono contro lo snobismo!

Tutto questo per dire che prima di partire mi è venuta in mente, più o meno dal nulla, la canzone di Grignani, Destinazione paradiso, e non ho fatto altro che riascoltarla per un bel po’ di tempo. Dicono che l’Italia non abbia più buoni cantautori, che si stava meglio quando si stava peggio, che, che, che. Invece è giunto il momento di vedere le cose belle che abbiamo avuto noi, e una canzone come questa mi fa sentire che in fondo siamo cresciuti in un posto in cui siamo liberi. In qualche modo.

Sto anche leggendo “Formidabili quegli anni” di Mario Capanna. Non so perché non l’ho fatto prima… Anzi lo so, perchè dovevo studiare! Finalmente, libera dallo studio, posso occuparmi di cose molto più importanti e molto più interessanti… Speriamo almeno che questi anni buttati nella toeletta mi permettano se non altro di ottenere un lavoro che mi piace! (“Il lavoro che mi piace” non esiste, lo so. Ma lasciatemici credere ancora un po’!!).

Cmq, a proposito di “Formidabili quegli anni”, sono ancora alle prime pagine ma mi è venuto subito in mente quello che Hessel ha scritto nel suo “Indignatevi!” [2011]: loro avevano qualcosa di chiaro contro cui combattere. A noi rimane un territorio ambiguo, in cui il “nemico” non è chiaramente visibile e sembra davvero non volersi palesare. Questa l’amara sensazione che ho avuto in tutti questi anni, lamentandomi e basta senza fare, in fondo, neanche io niente di fatto – se non comprando almeno qualche prodotto Fairtrade in più, dell’Altromercato, che pur essendo una cosa minima e sostenibile da molti, vedo fatta ancora da troppe poche persone.

Va bene, con questo passo e chiudo.

Prometto che imparerò anche a scrivere un blog… Sono ancora alle prime armi!

Buonanotte :)

Greetings from Thessaloniki

E in Egitto?

E’ un po’ che non sentivo parlare dell’Egitto. Tempo fa ho fatto un giro su alcuni blog, peccato che i più interessanti sembrerebbero essere, appunto, quelli in arabo.

http://arebelsdiary.blogspot.com/?zx=3d108e2539310a36

Nonostante questo, sono riuscita a trovare una canzone molto bella che parla delle rivoluzioni in piazza Tahrir.

Si intitola Ya El Medan, “La piazza”.

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